7 Maggio 2008...2:53
Obama stravince in North Carolina, Clinton vince (di poco) in Indiana
Se non ha sferrato il colpo decisivo all’avversario, ieri Barack Obama c’è andato molto vicino: per una volta ha vinto uno stato “grande”, la Carolina del Nord, 112 delegati in palio, con un margine di 14 punti su Hillary Clinton. In Indiana, dopo un avvio che sembrava preludere a una facile ed ampia vittoria della ex First Lady contro Obama, il distacco si è ridotto ai minimi termini alle prime ore dell’alba. Hillary alla fine ha vinto per una differenza di 10.000 voti, con il 51% contro il 49% di Obama. Un risultato questo dell’affermazione in Nord Carolina e del “contenimento Clinton” in Indiana, che aveva solo 72 delegati disponibili, che migliora certamente la sua posizione, gli consente di archiviare il “caso” Wright”, il suo imbarazzante pastore, ma che, almeno per ora, non cambia il quadro di fondo. Hillary, con un’altra vittoria in tasca, è sempre meno intenzionata a mollare: «Questa notte a Indianapolis ho la strada spianata per la Casa Bianca» ha detto ieri notte al comizio della vittoria in Indiana.
A questo punto il rischio è evidente: la corsa si farà sempre più tesa, imprevedibile, al punto che l’impasse potrebbe durare ben oltre la scadenza del 3 giugno, quando si chiuderà la stagione delle primarie. Con un pericolo: quello di non riuscire a trovare l’accordo prima della Convention di Denver, alla fine di agosto. E’ questo lo scenario più temuto dai vertici del partito. Già ora questa situazione sta logorando il partito. Il rischio è quello di una spaccatura, di alienare importanti sacche di voti, fondamentali per la vittoria a novembre, qualunque sarà il risultato: se dovesse affermarsi Barack, quella classe operaia bianca, i colletti blu della grande provincia americana potrebbero disaffezionarsi e migrare verso il partio repubblicano. Se vincerà Hillary, verrà a mancare quasi certamente l’appoggio del voto afroamericano e quello dei giovani, mobilitati come mai era successo in passato attorno al partito democratico dal giovane senatore nero dell’Illinois.
Ma questo è lo scenario più complicato, pessimistico, temuto dal presidente del partito Howard Dean, che ieri ha affermato quanto sarà importante «chiudere la corsa entro la fine di giugno con una dichiarazione di voto molto chiara da parte di tutti superdelegati». Questo per non arrivare a Denver con troppe sorprese. Si aggiunga che, da un punto di vista numerico, se Obama resta fermamente in sella alla graduatoria nazionale.
Fra qualche ora, a conteggio ultimato Obama emergerà con il maggior numero di delegati non solo in Carolina del Nord, ma forse anche in Indiana, dove le sue vittorie sono avvenute in contee più ricche di delegati. «Oggi abbiamo avuto un messaggio chiaro la Carolina del Nord vuole che si cambi chi sta a Washington… e noi lo faremo» ha detto Obama raggiante «di nuovo ha prevalso l’unità il superamento delle differenze… un messaggio positivo»… ha detto ancora Obama. Il suo vantaggio complessivo secondo le prime proiezioni potrebbe aumentare a 165 delegati contro i 150 che aveva ieri, con un conteggio preliminare che lo porta per ora vicino ai 1.860 delegati contro i 1.696 calcolati per ora per Hillary. Nell’equilibrio politico che si è andato formando nelle ultime settimane tuttavia, la vittoria di Hillary resta molto importante. E’ lei che resiste, che risale la china, che dimostra di poter far molto bene in stati chiave, rappresentativi di una buona fetta dell’elettorato americano medio basso. Soprattutto, Hillary ha dimostrato che il tempo è stato con lei galantuomo, mentre Obama sulla distanza ha ceduto, quanto meno sul piano dell’immagine, della forza. Per questo è difficile immaginare che Hillary molli la presa proprio ora. Il suo obiettivo diventa a questo punto molto chiaro: impedire che Obama riesca a raggiungere la soglia chiave dei 2.025 delegati al 3 giugno, che gli consentirebbe di avere la nomination assicurata. Impresa difficilissima. Restano infatti disponibili nelle sei primarie che rimangono 217 delegati in stati come il Montana e il Sud Dakota dove l’ex First Lady potrebbe far bene. Se riuscirà a convincere anche un numero sufficiente di supedelegati a votare per lei, non otterrà lo stesso la maggioranza necessaria, ma sarà riuscita a indebolire ulteriormente il suo avversario. E queste elezioni per la Casa Bianca del 2008, potrebbero fare di nuovo storia: a contedersi la nomination, per la prima volta nella storia sono rimasti un afroamericano e una donna, ma, se si arriverà fino a Denver per scegliere il candidato, si tratterà della prima volta dal 1932, quando Franklin Delano Roosvelt non riuscì a mettere insieme la maggioranza necessaria. Sappiamo però che ha poi vinto. E che è stato uno dei più grandi presidenti americani di tutti i tempi.

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