Da quando, negli anni ‘90, la sinistra ha riformato la scuola italiana abbiamo assistito ad un progressivo deterioramento del sistema scolastico e ad una maleducazione sempre crescente di studenti e genitori. Ormai il rispetto nei confronti del ruolo dell’insegnante è totalmente assente. I docenti non si vedono riconosciuti più alcuna autorità e si devono guardare le spalle da alunni e genitori.
Ma oggi si è decisamente superato il limite. Da oggi i docenti si devono nel vero senso della parola guardare le spalle. Infatti oggi un insegnante è stato accoltellato alle spalle da un alunno durante una lezione in classe. Decisamente bisogna intervenire per riportate ordine e disciplina nella scuola italiana dando agli insegnanti i poteri per poter essere rispettati. Gli studenti (e i loro genitori) devono capite a chi è delegato il compito di formare le nuove generazioni di italiani.
Per tamponare la situazione attuale bisogna derogare la legge in modo che chi compie gesti come quello odierno, anche se minorenne, possa essere processato e possa essere condannato (se è il caso) anche all’ergastolo.
Ma poi urge una legge ben strutturata. Fatta, se necessario, anche senza l’appoggio di sindacati e associazioni varie. Il Governo deve prendersi la responsabilità di essere autoritario quando serve… e in questo caso decisamente serve!
17 febbraio 2009
Hanno passato il segno
5 novembre 2008
L’America vota per il cambiamento
Atlanta, GA. Una giornata storica per gli USA, e mi rende orgoglioso poter assistere di persona a questo evento che verrà ricordato dalle generazioni a venire, come l’anno della svolta.
Barack Obama, il primo presidente nero della storia americana.
Era nell’aria da giorni, ma nessuno voleva dirlo, forse anche un po per scaramanzia, o per i precedenti di quattro anni fa, con i brogli della Florida governata dal fratello di George W. Bush.
Otto anni di mal governo Bush, hanno portato il paese più potente del mondo a trovarsi in una situazione di crisi, come quella del ‘29.
Si sentono i caroselli di auto in sottofondo, i fuochi di artificio e la gente che festeggia qua ad Atlanta, Georgia.
Un Atlanta tutta per Obama, anche se la Georgia ha votato McCain.
McCain e il suo entourage non si aspettava una simile debacle, tutti prevedevano un testa a testa fino all’ultimo voto, ma fin dai primi exit poll, era chiaro che la vittoria di Obama sarebbe stata schiacciante.
Con questo voto gli americani hanno dimostrato il loro dissenso al mal governo degli ultimi quattro anni della gestione Bush. Un voto di protesta, e se vogliamo anche di pentimento, e ammissione di colpa per aver supportato George W. Bush alle ultime elezioni presidenziali, che seppur di poco, o meglio di brogli, avevano riconfermato il presidente texano.
La stragrande maggioranza della nazione, finalmente, si sente rappresentata da una persona in carica alla Casa Bianca, a differenza di 4 anni fa quando il paese era letteralmente spaccato in due.
333 voti per Obama contro i 155 di McCain. Vittoria schiacciante. Gli americani si sono epressi chiaramente.
Le scelte di McCain sono state fatali, a cominciare dalla scelta assai azzardata del vice Presidente Sarah Palin, indubbiamente non all’altezza del ruolo.
Obama ha vinto con la sua tenacia, con la sua autorevolezza e con il suo charme. Una ventata di freschezza, che ha conquistato gli americani.
La sopresa di vedere stati che storicamente si era sempre schierati con i repubblicani, come Ohio o Virginia, la dice lunga sulla voglia di cambiamento degli americani.
Il quarantasettenne democratico, senatore dell’Illinois, ha spazzato il suo opponente repubblicano.
Benvenuti in una nuova era, benvenuti nel futuro! GEP (dedicato a Maria C.)
4 novembre 2008
Il giorno del cambiamento
Alla fine il grande giorno della scelta è arrivato. Dopo mille discorsi e mille polemiche, mille sondaggi e mille previsioni, oggi milioni di americani saranno chiamati a scegliere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Comunque vada a finire sarà un giorno di cambiamento: da una parte il giovane afro-americano che ha nella freschezza la sua arma vincente, dall’altra l’anziano veterano che invece infonde sicurezza. Due modi diversi di vedere il futuro della più grande democrazia del mondo, entrambi comunque diversi dalla visione dell’attuale presidente George W. Bush.
Oggi finirà un’era, quella iniziata con Ronald Reagan e proseguita prima con Bush padre e poi con Bush figlio (e in qualche modo anche con Bill Clinton). Oggi l’America cambia e tutto il mondo attende di sapere in che direzione andrà.
30 ottobre 2008
Beata ignoranza… quella di chi contesta una riforma che non conosce
Oggi sono scesi in piazza in più di un milione per contestare il decreto Gelmini, un milione di studenti ignoranti, professori ignoranti e ricercatori ignoranti… tutta questa gente è un cancro per il nostro Paese. Per fortuna sono solo una minoranza e la stragrande maggioranza di studenti, professori e ricercatori italiani non perde tempo a manifestare ma studia e lavora per un futuro migliore.
La riforma Gelmini, al momento, è incardinata intorno a due principi: ritorno ad una scuola migliore (maestro unico, voto in condotta, grembiule) e tagli agli sprechi.
La scuola elementare italiana è stata ottima fino alla fine degli anni ‘90, quando la sinistra ha introdotto una riforma di cui non si sentiva il bisogno. Da allora cultura ed educazione dei piccoli studenti è andata sempre peggiorando portando bambini e genitori a non riconoscere più l’autorità dei docenti, il che si è riflettuto anche in una maleducazione sempre più diffusa anche fuori dall’ambiente scolastico.
E’ l’ora che si ritorni ad insegnare la disciplina ed il rispetto e la scuola elementare è il posto deputato a questo. Però se un bambino si trova davanti vari maestri non riconoscerà in nessuno l’autorità. Anche l’abbigliamento (e quindi il grembiule uguale per tutti) è importante sia per tornare alla decenza nel vestirsi sia per non fomentare diversità tra gli alunni. Ed infine il voto in condotta servirà a far capire che per crescere la cosa più importante è l’educazione ed il rispetto degli altri.
Quindi capirete bene che non solo questa riforma va nella giusta direzione ma non riguarda assolutamente l’università e quindi solo studenti e professori ignoranti (nel senso che non conoscono quello che contestano) possono manifestare contro un provvedimento che non li riguarda.
21 ottobre 2008
Perché lo fate?
Da sempre gli scioperi studenteschi hanno avuto una sola principale finalità: saltare le lezioni o il giorno di scuola. E’ inconcepibile che ad un ragazzo interessino veramente i provvedimenti del parlamento (che casomai colpiscono gli insegnanti o la struttura ma non gli studenti). Gli insegnanti scioperano per difendere il proprio salario… gli studenti scioperano per far festa per un giorno!
In questo non c’è niente di male, lo abbiamo fatto tutti, ma cercate di non essere ipocriti andando in strada a gridare slogan coniati dai partiti perché altrimenti diventate strumenti in mano ai leader di quei partiti!
Scioperate ogni tanto ma fatelo recandovi in qualche pub a bere qualcosa e fare quattro chiacchiere in allegria! Vi divertirete di più e recherete meno disagi alla comunità (a cui, ve lo diciamo sinceramente, non importa nulla delle vostre manifestazioni e le vedono solo come eventi fastidiosi ed inopportuni).
20 settembre 2008
Ma sono deficienti?

Dipendenti Alitalia in festa per il fallimento della trattativa con CAI
Come altro si possono definire dei dipendenti che festeggiano per il fallimento della società per cui lavorano?
I dipendenti Alitalia (in particolar modo i piloti) non vogliono rinunciare ai privilegi di cui godono (privilegi che non ci sono in nessun’altra compagnia aerea) ma non si rendono conto che in questo modo non solo non avranno più quei privilegi ma non avranno più neanche un lavoro…
Forse la soluzione migliore sarebbe affidare l’Alitalia alla CAI, licenziare tutti i piloti (voi vi fidereste a salire su un aereo pilotato da dei deficenti?) e assumerne di nuovi e volenterosi.
Sicuramente non ci potrà essere nessun salvataggio pubblico: gli italiani hanno fatto chiaramente capire che non gliene importa niente di continuare ad avere una compagnia di bandiera se questo vuol dire tirare fuori altri soldi.
24 maggio 2008
Il Governo sceglie la linea dura per risolvere il problema dei rifiuti
L’Italia aveva bisogno di qualcuno che prendesse in mano il Paese con pugno di ferro per risolvere i mille problemi che affliggono il Belpaese, speravamo che la persona giusta per questo compito fosse Berlusconi e per il momento il neo-eletto Presidente del Consiglio non ci sta deludendo.
Uno dei problemi più urgenti da affrontare era quello dei rifiuti che ricoprono Napoli e la Campania e che sta arrecando danni sia d’immagine che ambientali alla regione e all’Italia intera. Purtroppo nel sud Italia non c’è ancora una cultura della gestione dei rifiuti e l’attitudine molto mediterranea delle popolazioni che vivono nel meridione del nostro Paese fatica a conciliarsi con un trattamento razionale della spazzatura. Nel nord Italia, come nel nord Europa, è più facile far capire che ognuno deve fare piccoli sacrifici per il bene della collettività e che questo si riflette anche in un miglior stile di vita per l’individuo. Nel sud Italia purtroppo dare semplicemente delle indicazioni non è abbastanza. Ci vuole un intervento più deciso. Crediamo quindi che il Governo Berlusconi nel primo Consiglio dei Ministri (tenutosi proprio a Napoli) abbia intrapreso la strada giusta dichiarando guerra a chiunque intenda ostacolare la riapertura delle discariche e a chi non rispetterà le linee guida per il corretto smaltimento dei rifiuti. Ora la speranza è che le forze dell’ordine mettano in pratica quanto espresso dal Governo fronteggiando e arrestando chiunque tenterà di ostacolare il processo di riordino della situazione.
Diamo tutto il nostro supporto morale alle forze dell’ordine affinché riescano a ristabilire un clima di ordine nel Paese che è fondamentale affinché i cittadini rispettino le leggi. Una volta ristabilito l’ordine sarà più facile per il Governo rimettere in piedi il Paese e gettare le fondamenta per un nuovo periodo di crescita.
7 maggio 2008
Governo-fulmine: Berlusconi presenta la lista dei ministri appena ricevuto l’incarico
Non era mai successo in Italia: il Presidente del Consiglio non appena ricevuto l’incarico di formare il nuovo Governo dal Capo dello Stato si presenta ai giornalisti con già in mano la lista dei ministri. Nessuna riserva nell’accettare l’incarico, nessuna attesa per stilare l’elenco dei ministri (solo 12 contro i 18 del Governo Prodi!): nel momento stesso in cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito l’incarico a Silvio Berlusconi di formare il nuovo Governo il Cavaliere aveva in mano la formazione completa del nuovo esecutivo. Se il buongiorno si vede dal mattino questo nuovo Governo nasce sotto i migliori auspici, se la velocità nel prendere le decisioni continuerà ad essere questa allora, forse, possiamo veramente sperare che l’Italia esca dalla crisi in cui si trova.
Ecco dunque l’elenco dei ministri del nuovo Governo:
Presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Gianni Letta
Ministri con portafoglio
Esteri: Franco Frattini; Interno: Roberto Maroni; Giustizia: Angelino Alfano; Economia: Giulio Tremonti; Difesa: Ignazio La Russa; Sviluppo economico: Claudio Scajola: Pubblica istruzione: Maria Stella Gelmini; Politiche agricole: Luca Zaia; Ambiente: Stefania Prestigiacomo; Infrastrutture: Altero Matteoli; Welfare: Maurizio Sacconi; Beni culturali: Sandro Bondi.
Ministri senza portafoglio
Riforme: Umberto Bossi; Semplificazione: Roberto Calderoli; Attuazione Programma: Gianfranco Rotondi; Politiche Comunitarie: Andrea Ronchi; Pari Opportunità: Mara Carfagna; Affari regionali: Raffaele Fitto; Politiche giovanili: Giorgia Meloni; Rapporti con parlamento: Elio Vito; Innovazione: Renato Brunetta.
7 maggio 2008
Obama stravince in North Carolina, Clinton vince (di poco) in Indiana
Se non ha sferrato il colpo decisivo all’avversario, ieri Barack Obama c’è andato molto vicino: per una volta ha vinto uno stato “grande”, la Carolina del Nord, 112 delegati in palio, con un margine di 14 punti su Hillary Clinton. In Indiana, dopo un avvio che sembrava preludere a una facile ed ampia vittoria della ex First Lady contro Obama, il distacco si è ridotto ai minimi termini alle prime ore dell’alba. Hillary alla fine ha vinto per una differenza di 10.000 voti, con il 51% contro il 49% di Obama. Un risultato questo dell’affermazione in Nord Carolina e del “contenimento Clinton” in Indiana, che aveva solo 72 delegati disponibili, che migliora certamente la sua posizione, gli consente di archiviare il “caso” Wright”, il suo imbarazzante pastore, ma che, almeno per ora, non cambia il quadro di fondo. Hillary, con un’altra vittoria in tasca, è sempre meno intenzionata a mollare: «Questa notte a Indianapolis ho la strada spianata per la Casa Bianca» ha detto ieri notte al comizio della vittoria in Indiana.
A questo punto il rischio è evidente: la corsa si farà sempre più tesa, imprevedibile, al punto che l’impasse potrebbe durare ben oltre la scadenza del 3 giugno, quando si chiuderà la stagione delle primarie. Con un pericolo: quello di non riuscire a trovare l’accordo prima della Convention di Denver, alla fine di agosto. E’ questo lo scenario più temuto dai vertici del partito. Già ora questa situazione sta logorando il partito. Il rischio è quello di una spaccatura, di alienare importanti sacche di voti, fondamentali per la vittoria a novembre, qualunque sarà il risultato: se dovesse affermarsi Barack, quella classe operaia bianca, i colletti blu della grande provincia americana potrebbero disaffezionarsi e migrare verso il partio repubblicano. Se vincerà Hillary, verrà a mancare quasi certamente l’appoggio del voto afroamericano e quello dei giovani, mobilitati come mai era successo in passato attorno al partito democratico dal giovane senatore nero dell’Illinois.
Ma questo è lo scenario più complicato, pessimistico, temuto dal presidente del partito Howard Dean, che ieri ha affermato quanto sarà importante «chiudere la corsa entro la fine di giugno con una dichiarazione di voto molto chiara da parte di tutti superdelegati». Questo per non arrivare a Denver con troppe sorprese. Si aggiunga che, da un punto di vista numerico, se Obama resta fermamente in sella alla graduatoria nazionale.
Fra qualche ora, a conteggio ultimato Obama emergerà con il maggior numero di delegati non solo in Carolina del Nord, ma forse anche in Indiana, dove le sue vittorie sono avvenute in contee più ricche di delegati. «Oggi abbiamo avuto un messaggio chiaro la Carolina del Nord vuole che si cambi chi sta a Washington… e noi lo faremo» ha detto Obama raggiante «di nuovo ha prevalso l’unità il superamento delle differenze… un messaggio positivo»… ha detto ancora Obama. Il suo vantaggio complessivo secondo le prime proiezioni potrebbe aumentare a 165 delegati contro i 150 che aveva ieri, con un conteggio preliminare che lo porta per ora vicino ai 1.860 delegati contro i 1.696 calcolati per ora per Hillary. Nell’equilibrio politico che si è andato formando nelle ultime settimane tuttavia, la vittoria di Hillary resta molto importante. E’ lei che resiste, che risale la china, che dimostra di poter far molto bene in stati chiave, rappresentativi di una buona fetta dell’elettorato americano medio basso. Soprattutto, Hillary ha dimostrato che il tempo è stato con lei galantuomo, mentre Obama sulla distanza ha ceduto, quanto meno sul piano dell’immagine, della forza. Per questo è difficile immaginare che Hillary molli la presa proprio ora. Il suo obiettivo diventa a questo punto molto chiaro: impedire che Obama riesca a raggiungere la soglia chiave dei 2.025 delegati al 3 giugno, che gli consentirebbe di avere la nomination assicurata. Impresa difficilissima. Restano infatti disponibili nelle sei primarie che rimangono 217 delegati in stati come il Montana e il Sud Dakota dove l’ex First Lady potrebbe far bene. Se riuscirà a convincere anche un numero sufficiente di supedelegati a votare per lei, non otterrà lo stesso la maggioranza necessaria, ma sarà riuscita a indebolire ulteriormente il suo avversario. E queste elezioni per la Casa Bianca del 2008, potrebbero fare di nuovo storia: a contedersi la nomination, per la prima volta nella storia sono rimasti un afroamericano e una donna, ma, se si arriverà fino a Denver per scegliere il candidato, si tratterà della prima volta dal 1932, quando Franklin Delano Roosvelt non riuscì a mettere insieme la maggioranza necessaria. Sappiamo però che ha poi vinto. E che è stato uno dei più grandi presidenti americani di tutti i tempi.
6 maggio 2008
Clinton Obama, scatta l’ora della verita’
Riparte la sfida fra Barack Obama e Hillary Clinton per l’investitura del partito democratico come candidato alla Casa Bianca. Si vota in Indiana e Carolina del Nord: l’ex first lady Hillary Clinton e il senatore dell’Illinois Barack Obama si sono scontrati di una campagna senza sconti.
L’incremento dei prezzi del carburante ( in california si sfiorano i 4 dollari al gallone) e le strategie per riportarli sotto controllo, la guerra in Iraq, la crisi economica americana, la reciproca “eleggibilità”.
Ogni argomento è stato utilizzato da Clinton e Obama per colpire l’ avversario in vista del voto odierno.
Siamo di fronte ad una tappa fondamentale di questa campagna elettorale, che sembrava dovere arrivare a un punto decisivo gia’ dopo il “super tuesday”, quando oltre 20 stati sono andati al voto contemporaneamente lo scorso 5 febbraio, poi dopo le primarie (Washington D.C., Maryland e Virginia il 12 febbraio), quindi dopo il voto in Texas, Ohio e Rhode Island il 4 marzo e infine dopo la Pennsylvania, due settimane fa.
La situazione potrebbe non cambiare molto neache dopo il voto di oggi. In gioco in Indiana e Carolina del Nord ci sono rispettivamente 72 e 115 delegati, oltre a complessivi 32 “superdelegati”, che possono scegliere per chi votare alla convention di fine agosto, e i sondaggi danno Clinton avanti in Indiana in media di poco meno di 5 punti e Obama avanti in Carolina del Nord, con una media di oltre 6 punti, comunque meno dei 20 punti di distacco che era arrivato ad avere nelle scorse settimane. La partita è tutta aperta dunque, con Clinton costretta a vincere in modo convincente in Indiana e a contenere le perdite, meglio ancora a strappare un’inattesa vittoria, in Carolina del Nord per mantenere vive le proprie speranze elettorali, rinnovate con il buon risultato della Pennsylvania.
La “menzonia” rifilata agli americani dalla Clinton riguardo al fuoco nemico sotto il quale si sarebbe trovata in Bosnia, e smentita successivamente da una foto in cui la si ritraeva tutta sorridente insieme al marito Bill, non ci piaciuta affatto.
Se ha mentito su una simile stupidaggine, chi ci dice che non lo rifara’ su questioni ben piu gravi una volta eletta alla casa bianca?
SI attende con ansia il verdetto di Inidiana e North Carolina, e ci aspettiamo una risposta ferma e decisa da parte dell’ elettore.
Se uno dei due candidati stravincesse a sorpresa in tutti e due gli Stati la situazione potrebbe cambiare: anche se nessuno dei due comunque arriverebbe ai 2.025 delegati necessari per vincere la nomination, i “superdelegati” ancora indecisi (oltre 200 dei 795 totali) potrebbero infine prendere una posizione, evitando di trascinare la decisione fino alla fine delle primarie o, peggio ancora, fino alla convention di fine agosto, fatto che secondo il partito sarebbe estremamente dannoso e finirebbe per avvantaggiare il senatore dell’Arizona John McCain, candidato repubblicano per la Casa Bianca.
Lo scenario forse più probabile è che questa sera i due rivali si trovino ancora nella situazione attuale, che vede Obama in vantaggio in termini di delegati (al momento 1.607 per Clinton e 1.743 per il senatore di Chicago), senza però essere riusciti ad assestare il colpo del ko, rimandando tutto alla prossima tappa cruciale.









